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Chiusure e nuova normalita’: Milano e la Lombardia si interrogano su come gestire la seconda ondata

È di domenica la firma del Dpcm che fissa i nuovi divieti — più severi a Milano e in Lombardia per via del coprifuoco alle 23 e della didattica a distanza al 100% — che è già ripartita la richiesta pressante di chiudere la città e trasformarla in zona rossa. Le voci del Sindaco Sala, che dichiara di voler aspettare due settimane per verificare gli effetti delle nuove misure, del Governatore Fontana, secondo il quale non ci sono in questo momento i segnali di una conclamata tensione delle strutture ospedaliere, in grado di fronteggiare il Covid 19 senza interrompere le terapie ordinarie urgenti, come invece e’ accaduto in primavera.

Diverse le posizione del mondo sanitario, dove Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, rilascia dichiarazioni molto nette sulla possibilita’ a Milano e Napoli di prendere il Covid entrando al bar, al ristorante, prendendo l’autobus. Stanti i dati di contagi, stare a contatto stretto con un positivo è facilissimo perché il virus circola tantissimo. In queste aree il lockdown è necessario, in altre aree del Paese no».

Il grido d’allarme arriva anche da Guido Bertolini, responsabile del Coordinamento Covid-19 per i reparti dei Pronto soccorso lombardi. Con una curva di crescita esponenziale dei contagi anche il direttore delle Malattie infettive del Sacco, Massimo Galli non esclude la possibilità di dover decidere in tempi brevi una nuova chiusura: «Potremmo non dovere aspettare». Allineato con le posizioni di Beppe Sala nell’attendere di vedere quali effetti produrranno le restrizioni del Dpcm prima di prendere decisioni estreme troviamo il virologo dell’Università degli Studi di Milano, Fabrizio Pregliasco -. Uno studio recente su Lancet ci dice che i primi effetti delle misure non farmacologiche si apprezzano già 8 giorni dopo l’introduzione, per cui lo scenario dovrebbe essere un po piu’ decriptabile.

Le attivita’ economiche penalizzate dalle nuove misure restrittive, ristoranti, palestre, tassisti, cinema e teatri) non cessano di far sentire la propria voce di protesta, considerati anche gli investimenti fatti per fronteggiare le nuove norme e che invece una chiusura parziale o totale rende sostanzialmente inutili.

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